Politica

Israele-Emirati Arabi Uniti: un accordo in sordina

Il recente accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi sembra passato un po’ in sordina nei mass media italiani, alle prese con l’aumento dei casi di coronavirus e le questioni di politica interna. Tuttavia, si tratta di un evento che potrebbe cambiare definitivamente i rapporti di forza nello scenario mediorientale e, a voler ben guardare, si tratta del primo indiscutibile successo diplomatico della presidenza Trump.

I rapporti tra i due paesi sono stati di segreta collaborazione fin dai tempi del crollo delle Torri Gemelle. Gli Emirati fecero infatti affidamento su compagnie di sicurezza informatica israeliane per ricostruire la loro credibilità come centro finanziario, scalfita dal fatto che gli attentatori sauditi avevano utilizzato proprio Dubai come snodo per trasferire i fondi poi utlizzati per finanziare gli attacchi del 9/11 . Nel tempo la cooperazione si è poi estesa a svariati settori dell’impresa, andando a spaziare dal settore spedizioni a quello immobiliare, fino alla desalinizzazione di acqua marina.

Questa cooperazione si è ora ufficialmente consolidata per varie ragioni tra cui le pressioni americane, la comune minaccia geopolitica iraniana, ma sopratutto la volontà degli Emirati di assurgere al ruolo di mediatore primario per i conflitti mediorientali. Se da un lato sia l’inquilino della Casa Bianca che il premier israeliano Netanyahu hanno celebrato l’accordo come un evento storico, dall’altra il principe Mohmmed bin Zayed – de facto governatore degli Emirati – ha mantenuto un approccio più freddo e distaccato. Quest’accordo infatti costituisce un tradimento della causa palestinese, da sempre sostenuta tanto dagli Emirati quanto da quasi tutto il resto del mondo islamico. Sebbene Netanyahu si sia impegnato a sospendere, almeno temporaneamente, le sue politiche di espansione nella West Bank palestinese in cambio della creazione di rapporti bilaterali, il presidente dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas ha definito l’accordo “una vergogna”.

Il cambiamento di posizione dei due paesi non è però una sorpresa per chi segue le questioni mediorientali da vicino: da tempo infatti gli Emirati cercano di estendere la loro capacità di soft power, anche a discapito di cause storiche come quella palestinese. Pare addirittura sia in programma la costruzione di una sinagoga ad Abu Dhabi per promuovere il dialogo inter-religioso, ed è notizia di qualche settimana fa che Israele sarebbe stata invitata a partecipare con un suo padiglione ad Expo 2020 (ora 2021) che avrà luogo proprio a Dubai.

La normalizzazione dei rapporti è anche in parte merito di un articolo fatto pubblicare dall’ambasciatore degli Emirati a Washington su un quotidiano nazionale israeliano. L’articolo esprimeva a chiare lettere la volontà degli Emirati di normalizzare i rapporti con Israele, ma puntualizzava che questo non sarebbe stato possibile se Tel Aviv avesso proseguito con le sue mire espansionistiche nei territori palestinesi. Questo appello sembra abbia avuto un riscontro molto positivo presso l’opinione pubblica israeliana, assicurando a Netanyahu la possibilità di sospendere il tanto contestato piano espansionista senza apparire sconfitto dalle pressioni esterne, ma anzi quasi garantendogli l’opportunità di autocelebrarsi come leader moderno ed illuminato.

In un’ottica realista la mossa si carica di significato non solo in quanto pare che entrambi i paesi vogliano astrarsi dalle lotte di potere tra Iran ed Arabia Saudita, ma anche perché potrebbe essere fondamento per la creazione di un terzo polo di paesi “non-allineati” a cui potrebbero presto aggiungersi attori minoritari come Oman e Bahrain. Oppure, come sostiene Jason Greenblatt (rappresentante dell’amministrazione Trump in Medioriente), potrebbe essere l’inizio di una comune presa di coscienza del fatto che i giorni del boicottaggio a Israele sono finiti ed è ora tempo di crescere insieme. Il problema sarà spiegarlo ai palestinesi.

Politica

Libia: Articolo 11 e la Sconfitta Geopolitica Italiana

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Bellissimo e sacrosanto. L’art. 11 è uno degli articoli più importanti della costituzione repubblicana ed evidenzia le aspirazioni pacifiste dei padri costituenti immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale. La terribile esperienza degli scontri e la lungimiranza dei legislatori nel periodo immediatamente successivo hanno portato ad uno dei più lunghi periodi di pace e prosperità nello stivale italico e, per estensione, in Europa.

Lo stesso articolo indica infatti che la via maestra per il conseguimento di pace e giustizia nei rapporti internazionali è la creazione di organizzazioni capaci anche di limitare la libertà di azione dello stato. A patto, chiaramente, che tutti gli stati partecipanti garantiscano a queste istituzioni sovranazionali determinati poteri e che tutti gli stati vi coesistano in condizioni di uguaglianza. Il desiderio di pace tra paesi era e, si spera, è cosi forte da superare ogni sovranismo e porta i governi nazionali a rinunciare a parte del loro potere per assicurare protezione e stabilità ai loro popoli. Perché sì, i biechi sovranismi sono una minaccia ai popoli, non ai politici che li sventolano a fini propagandistici per accaparrarsi qualche voto.

Dobbiamo tuttavia tenere presente anche che l’art. 11 riserva il potere di intraprendere azioni belliche per legittima difesa nell’intento di respingere un attacco armato che metta in pericolo l’esistenza e l’indipendenza dello Stato (interpretazione suffragata dal combinato disposto degli art. 11, 78, 87 e 52 Cost). Questo concetto di difesa da un’invasione risulta però quantomeno anacronistico nell’Europa moderna, dove i confini tra stati sono ben definiti e sussistono organi forti preposti alla soluzione di controversie internazionali.

La costituzione repubblicana del ‘47 non poteva prevedere che l’ordine dei conflitti tra stati (almeno in quello che definiamo primo mondo) si sarebbe spostato sul livello di proxy war – guerra per procura. E soprattutto, che nella maggior parte dei casi il casus belli di un conflitto non sarebbe stata un’invasione ma la necessità di imporre forza geopolitica al fine di assicurarsi un accesso agli approvvigionamenti energetici.

Se il conflitto libico ci ha insegnato qualcosa è che buona parte della nostra indipendenza energetica come paese dipende infatti dalla pressione geopolitica che siamo in grado di esercitare in Nord Africa. È difficile trattare argomenti simili senza passare per un nostalgico del vergognoso periodo coloniale, ma la recente entrata in gioco della Turchia di Erdogan nel conflitto libico ha dimostrato la debolezza intrinseca della geopolitica italiana, perfino nei confronti di quella che fu una colonia del Regno d’Italia. Sebbene la situazione si sia risolta con un accordo per un trilaterale Italia – Russia – Turchia viene da chiedersi se questa non si tratti di una vittoria di Pirro che di fatto umilia l’Italia. Il nostro paese è stato infatti per più di un secolo e fino alla caduta di Gheddafi l’interlocutore preferenziale per i contatti tra Libia ed Europa. Dalla caduta del dittatore per la volontà di potenze straniere di assicurarsi il controllo sulle preziosissime risorse libiche, il nostro paese è stato ridotto ad un ruolo marginale, tanto da essere quasi rimasto escluso da ogni discussione inerente il futuro della Libia. Gli annunci trionfanti del ministro Luigi Di Maio sono in realtà un’umiliazione: l’Italia non solo non è stata in grado di imporre nessun potere geopolitico in un paese in conflitto, ma si è addirittura fatta soffiare da sotto il naso la posizione di primo interlocutore da Russia (passi, è una superpotenza) e Turchia.

Erdogan, non ha avuto paura di decidere quasi unilateralmente di inviare truppe fresche per sostenere il primo ministro libico Al-Sarraj contro le milizie del generale Haftar e indubbiamente riuscirà ad imporre un’influenza turca nel paese. Mentre a noi, ça va sans dire, il rischio di perdere il controllo degli approvvigionamenti petroliferi dalla Libia. Questa inattesa ingerenza turca non solo è un’altra conferma dell’incapacità dell’Unione Europea di imporre una qualsivoglia politica estera comune, ma anche sintomo della debolezza geopolitica italiana vista l’incapacità di farci valere perfino con un paese con cui abbiamo sempre avuto un rapporto preferenziale.

L’art. 11 è sacrosanto e la non-belligeranza italiana deve essere preservata a tutti i costi; anche nonostante i nostri avversari in Libia non si pongano problemi nel ricorrere ai loro eserciti per portare avanti i propri interessi nazionali. Tuttavia, viene da chiedersi se quell’indipendenza del paese che, secondo l’art. 11, deve essere garantito anche con mezzi militari non includa anche l’indipendenza energetica visto il cambiato contesto rispetto al ‘47? Se così fosse, ci sarebbe qualcuno disposto a schierare ampie porzioni del nostro esercito in Libia? Probabilmente no (mi auguro). Ma a questo punto, che fine sono destinati a fare i paesi europei se questa UE è incapace di fare gli interessi geopolitici del continente mentre altri attori si fanno beffa della nostra non-belligeranza? Mai come in questi tempi l’Europa è apparsa come un gregge di agnellini circondato da un branco di lupi. È arrivato il momento per l’UE di pensare e agire da superpotenza, altrimenti è destinata ad implodere.

Attualità, Politica, Società

Separazione tra Scuola ed Università: cosa buona e giusta

Ammetto innanzitutto che le materie inerenti il Ministero dell’Istruzione non sono il mio ambito di specializzazione o comunque di diretto interesse. Tuttavia trovo intrigante l’idea del primo ministro Conte e del suo governo di separare scuola ed università in due ministeri distinti.

Avendo fatto in Italia scuole superiori e laurea triennale per poi ottenere una laurea magistrale all’estero mi sono reso conto di alcuni elementi importanti del sistema educativo italiano. Non posso parlare con dati alla mano, anche perché i dati esistenti potrebbero contraddirmi, ma la mia impressione è che il livello di insegnamento delle nostre università e la preparazione dei nostri studenti tendano ad essere superiore a quello ad esempio del Regno Unito, che per esperienza conosco molto bene, ove le maglie sono molto più larghe per quanto riguarda il valutare merito e impegno degli studenti. Tuttavia, le nostre università tendono a posizionarsi a livelli molto più bassi rispetto a quelle britanniche (o straniere in generale) nelle classifiche qualitative internazionali. Vale forse la pena di chiedersi perché?

La ragione a mio parere è che queste classifiche basano buona parte delle loro valutazioni sulla quantità e qualità di ricerche portate avanti dalle specifiche università e sulle loro pubblicazioni. Come ben sappiamo, la ricerca costa, ed è proprio per questo che le nostre università soccombono rispetto ad altre università straniere: anche a parità (o perfino superiorità) qualitativa di insegnamento le nostre università sembrano destinate a trovarsi in posizioni più basse delle classifiche internazionali per la costante mancanza di fondi. Basti pensare che nella classifica del Times per il 2020 l’ateneo italiano piazzato meglio è la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in posizione 149. Deludente a dir poco per l’ottava potenza mondiale.

Ovviamente la differenza sta nel fatto che le università britanniche sono in prevalenza private e le rette annuali che parte almeno dalle 8.000 sterline, sicuramente un prezzo non accessibile a tutti, costituiscono fondi importanti per sostenere le ricerche delle singole università. Lungi da me voler sostenere gli atenei privati ma è necessario tenere presente che queste classifiche sono fondamentali, almeno a livello di marketing, per attirare gli studenti stranieri nelle nostre università poiché, oltre ad esportare il buon nome dell’istruzione italiana, questi genererebbero anche un indotto non indifferente per il nostro paese.

Questo discorso è ovviamente importantissimo per le università ma meno rilevante per quanto riguarda scuole elementari, medie e superiori che si dovrebbero concentrare puramente sul crescere i cittadini del futuro, al netto di classifiche e marketing. Ed è proprio per questo che, nel mio piccolo, ritengo che separare scuola e università in due ministeri diversi sia un primo passo per concentrare gli sforzi nella direzione giusta, andando a ridurre gli sprechi e adottando strategie più specifiche per le diverse necessità delle due istituzioni.

Non sarà certo la panacea per tutti i mali, ma credo che sia un passo avanti al fine di ridare lustro internazionale al nostro tanto bistrattato mondo accademico.

Attualità, Italia, Politica

Matteo Salvini: l’État c’est moi. Il congresso e la rivoluzione (stipendiata) del leader leghista

Bisogna dare atto all’ex ministro dell’Interno della sua innata capacità di riuscire ad essere sempre in campagna elettorale, anche nonostante le avversità. Forse memore delle sue origini in seno ai Comunisti Padani, sembra voler essere incarnazione di quelli che Lenin chiamava “Rivoluzionari di Professione”: militanti politici di rango elevato dediti alla politica a tempo pieno. Questa figura che addirittura affonda le sue radici nella Rivoluzione Francese, forse archetipo moderno del concetto stesso di rivoluzione, è espressione della nobile volontà di alcuni individui di dedicare la propria esistenza alla demolizione degli ordinamenti esistenti, tutti in qualche misura corrotti dallo spirito borghese, in base alle volontà del popolo sovrano.

Matteo Salvini sembra spesso fare leva sulla sua figura da rivoluzionario di professione (di nome e di fatto visto che lo fa a spese dei cittadini dal 1993), per attivare le passioni delle masse e mobilitarle per il raggiungimento dei propri scopi. Proprio oggi il leader della Lega ha infatti dichiarato al congresso straordinario del partito che «il popolo è in cammino e quando un popolo sente il profumo della libertà non ci sono manette che tengano»: una meraviglia del linguaggio utilizzato ai fini della distorsione del pensiero.

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La sua libertà personale – minacciata dalla richieste di autorizzazione a procedere contro di lui per le vicende legate al caso della nave Gregoretti – diviene personificazione della sete di libertà del popolo leghista che, a detta sua, è in marcia verso il raggiungimento di un obiettivo finale. Quale sia questo obiettivo e da quale oppressione scaturisca questa sete di libertà sarebbe lecito domandarlo al popolo leghista, ma temo che le risposte spazierebbero dall’evergreen “Roma ladrona”, alla fantomatica invasione di clandestini, passando per la dittatura del pericoloso stalinista Giuseppe Conte.

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Salvini ha addirittura rincarato la dose dichiarando che «questi giudici non attaccano me ma attaccano un popolo e la sovranità nazionale, il diritto alla sicurezza e alla difesa dei confini». In altre parole «L’État c’est moi» – Lo Stato sono io. La frase erroneamente attribuita a Luigi XIV porta in sé un’ovvia connotazione assolutistica, cioè fondata sull’identificazione tra lo Stato e la persona del Re, che non si discosta molto da quanto espresso da Matteo Salvini al popolo leghista: io sono voi ed ogni attacco a me è un attacco a voi.

L’ex titolare del Viminale ha addirittura ritenuto opportuno rincarare alla frase citata sopra con una storpiatura da Ancien Régime: «non attacco la magistratura, c’è qualcuno che mette in discussione il diritto, per un ministro, di occuparsi di sicurezza. E allora affidiamo il governo del Paese ai giudici». Il fatto che un ministro debba agire nei limiti posti dalla Costituzione non sfiora minimamente Matteo Salvini, che anzi si auto-assolve in virtù del sostegno popolare e trova lecito bistrattare il sistema giudiziario che non l’ha lasciato operare al di sopra della legge.

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Sin dai tempi della rivoluzione francese la separazione dei poteri è cardine dello Stato moderno: l’abitudine di presenti e passati esponenti dell’esecutivo di accusare i giudici di interferire con il loro operato è un’anomalia tipicamente italiana. Un’anomalia legittimata durante vent’anni di berlusconismo che deve essere rettificata quanto prima perché il Popolo, entità sovrana, ritrovi la fiducia nelle istituzioni.

Per questo motivo a volte sarebbe giusto ricordare a tutti i lautamente stipendiati ministri “rivoluzionari di professione” la loro formula di giuramento: «giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione». Ripeto: «di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione».

Politica

Mi piacciono le Sardine ma (per il momento) non mi troverete in piazza con loro

Mi piace il messaggio delle Sardine ma non mi troverete mai in piazza con loro perché, in fondo, credo siano solo una enorme e paradossale personificazione di Salvini in un universo parallelo.

Credo sia ingiusto attaccare i leader e i sostenitori del neonato movimento per la loro inesperienza e superficialità analitica perché in realtà la partecipazione politica è un diritto e cosa onorevole, indipendentemente dal livello su cui questa sia esprima. Tuttavia, l’indiscutibilmente nobile messaggio sulla necessità di una narrativa politica politica più seria sembra, per alcuni, scontrarsi con la mancanza di un programma articolato ed originale. Il bravo Mattia Santori si è spesso mostrato in difficoltà di fronte a giornalisti navigati che hanno costruito intere carriere rendendo triviali ideali di per sé astratti dalla politica. Non sembra infatti riuscire a far comprendere alla presunta intellighenzia di vecchia data, abituata ad una politica fatta di utilitarismo e ambizioni personali, che esiste una parte di paese ancora non assuefatta alla menzogna come ideale al rutto linguistico come sua espressione. L’idea che la forma debba andare di pari passo con i contenuti sembra passata di moda in un contesto di associazioni “aprioristiche” ad ideali spesso confusi, supportati solo da un ormai dilagante analfabetismo funzionale e l’implicito abbandono della realtà fattuale come metro di misura per l’interpretazione degli eventi. In altre parole, semplificando e parafrasando i termini, le Sardine domandano semplicemente che la politica torni (lo è mai stata?) ad essere espressione tanto dell’etica quanto dell’estetica. Come dar loro torto?

Ma allora perché non mi troverete in piazza con loro?

La verità è che ci sto pensando da un po’ ma guardando a distanza la stupefacente manifestazione di Piazza San Giovanni a Roma ho mio malgrado preso una decisione: non fa per me. O meglio, diciamo che la forza prorompente della folla che a gran voce esprime il proprio ideale mi ha scaldato il cuore, ma mi è bastato farmi un giro nei vari gruppi Facebook che gestiscono i loro eventi e sentire i punti programmatici del movimento per capire che ci troviamo di fronte alla conferma di quanto ho sempre sostenuto: un individuo nel singolo è spesso una persona intelligente, ma la folla è un animale stupido che si sfinisce nel mordersi la coda.

Bazzicando su internet si nota subito come quello che nasce come un movimento apartitico per la promozione di un nobile ideale non tardi a trasformarsi in una dittatura di ideali eterogenei in cui la discussione (e comprensione) di punti di vista diversi diviene taboo. Le pagine delle Sardine sono un tripudio di anti-salvinismo (e fin qui è cosa buona e giusta a mio avviso) che tende a sfumarsi fino a divenire una ottusa massa informe di pensieri sul modello di quelle che Diego Fusaro chiama le “sinistre arcobaleno”. Nulla in contrario, per carità, ma se all’interno di un movimento che si propone apartitico ed apolitico si instaura una dittatura del pensiero (o dell’ideale) in cui ogni differenza di opinione è un reato da politburo allora trattasi semplicemente di una implicita “dittatura arcobaleno” che si oppone ad una dittatura salvinista.

Spiega molto bene il professor Emilio Gentile nel suo “Le Religioni della Politica” come la religione “politica” si sia in passato espressa o come un ideale comune ad un gruppo di individui che viene elevato a livello di fede con funzione unificatrice, oppure alternativamente come ideale proposto da un leader per unificare i suoi seguaci. Ebbene, nel caso delle Sardine noto una profonda dissonanza tra l’ideale “neutro” proposto dai carismatici leader e gli ideali carichi di connotazioni politiche dei seguaci di questo movimento. Una dicotomia pericolosa che, a mio parere, si è già espressa nella necessità di stipulare un programma di sei punti per mantenere unità nel movimento sull’obiettivo ultimo, facendo leva sull’unico collante che tiene insieme questo insieme raffazzonato di ideali e soggetti: l’anti-salvinismo. Infatti, i primi cinque blandi ed insapore punti programmatici trovano una raison d’être solo quando viene declamato l’ultimo di essi, cioè il ripensamento del decreto sicurezza, personificazione stessa della politica salvinista.

In altre parole, pur avendo un grandissimo rispetto per il movimento delle Sardine non scenderò in piazza con loro perché sono fedele alla regola che se due persone sono d’accordo su tutto, probabilmente una delle due non sta ascoltando. E a me sembra che questa ondata funzioni solo perché ancora le sardine non si siano messe ad ascoltarsi l’un l’altra/o: quando questo succederà tutti i nodi verranno al pettine. E saranno troppi da dirimere. Tuttavia spero con tutto il cuore che in futuro avrò motivo di ricredermi ma, per il momento, mi limito a strizzargli un occhio dalla distanza.

Attualità, Politica, Società

Zuckerberg vs Ocasio-Cortez: l’arroganza della politica

A quanto pare sono l’unico ad essere rimasto esterrefatto dall’imbarazzante comportamento di Alexandra Ocasio Cortez nell’udienza a Mark Zuckerberg, ma la verità è che non me ne vergogno. Confesso di avere, in passato, nutrito simpatie per la giovane rappresentate dell’ala più a sinistra dei democratici statunitensi, ma credo che in questo frangente abbia mostrato tutta la sua inesperienza e inadeguatezza. Sembrava, almeno ai miei occhi, che la sua volontà fosse di trasformare una seria discussione su un progetto come Libra – la criptovaluta di Facebook – in una piccola celebrazione della sua bravura come inquisitrice contro quei miliardari che affamano il suo elettorato. Un fantastico video acchiappa-like su Facebook (ironico, vero?) che sicuramente le porterà grande ammirazione popolare, ma che ha reso quanto mai evidente la sua volontà di fare in modo che tutti guardassero il dito mentre Zuckerberg puntava alla luna. La giovane politica americana lo ha infatti incalzato sulla passata vicenda legata a Cambridge Analytica – lo scandalo dei dati degli utenti Facebook rubati e usati anche a fini elettorali – adducendo come motivazione il fatto che «per prendere decisioni su Libra, dobbiamo scavare nel comportamento passato di Facebook riguardo al rispetto della democrazia».

Il sottoscritto è, nel suo piccolo, contrario al progetto Libra per svariate considerazioni di tipo legale e tecnico, ma ridurre la conversazione su un progetto di tale portata ad una disquisizione su uno scandalo passato significa non avere capito esattamente la rivoluzione che il progetto implichi. La Ocasio-Cortez non ha fatto altro che punzecchiare il miliardario americano dove fa più male traendo vantaggio dalla sua indiscutibile superiorità oratoria rispetto a Zuckerberg, che è risultato impacciato e timido nella difesa. Lei sapeva perfettamente che concetti così complessi richiedono tempi di elucubrazione ed elaborazione che lei ha fatto di tutto per non concedere, risultando arrogante e fastidiosa. Zuckerberg in una prima analisi è sembrato incapace di rispondere a tono, ma in realtà, riguardando il video, viene da pensare che quanto lo metteva in imbarazzo era l’ignoranza della Ocasio-Cortez su come un business di tale entità venga gestito e la sfacciata volontà di continuare a non capirlo.

Aggiungo, come nota a lato, che le domande della Ocasio-Cortez erano perfettamente legittime e le sue critiche sensate, ma così triviali che, francamente, è dispiaciuto vedere Zuckerberg buttare via il suo tempo per spiegare una realtà che già tutti conoscevamo. Inoltre, la sfacciata arroganza da moderna inquisitrice della Ocasio-Cortez stonava di fronte ai meriti di un ragazzo che, piaccia o meno, ha rivoluzionato il modo in cui tutti noi ci relazioniamo. È lecito pensare che un personaggio di tale caratura meriti gli sia dato tempo di rispondere quando gli viene fatta una domanda? È lecito pensare che un oratore con più esperienza politica ed arroganza avrebbe facilmente neutralizzato le domande della Ocasio-Cortez e mostrato l’incompetenza di quest’ultima in materia? È lecito pensare che quando l’arte oratoria prevale sui concetti ultimi allora siamo di fronte ad una forma di mistificazione della realtà?

Islam, Medioriente, Politica, Turchia

Erdoğan, Machiavelli e il fine di uno Stato

L’Enciclopedia Treccani definisce lo Stato come “ente dotato di potestà territoriale, che esercita tale potestà a titolo originario, in modo stabile ed effettivo e in piena indipendenza da altri enti”. Tuttavia nella storia sono esistite diverse interpretazioni su quale sia o debba essere la funzione ultima di uno stato, fino a delinearne diverse forme con fini ben diversi tra loro.

Nella visione socratica (e poi platonica) lo stato viene identificato come un organismo sociale il cui fine ultimo è di rendere migliore il cittadino e di assicurarne il suo benessere. Per Aristotele invece alcune tra le funzioni fondamentali di uno stato ci sono: rendere i cittadini buoni da un punto di vista morale, essere affidabile e degno di fiducia al fine di potere far valere la sua autorità per il raggiungimento del supremo bene comune che, a sua volta, è fondamentale perché gli individui raggiungano il proprio telos – ossia fine ultimo – che si traduce in una sensazione di felicità, realizzazione e benessere.

Nei secoli la concezione di stato è andata via via arricchendosi con altre sfumature concentrate sulla funzione pratica piuttosto che meramente filosofica. Sebbene mai citato espressamente nella filosofia politica è lecito desumere che il fine ultimo di uno stato è la preservazione dello status quo quando inerente la sua stessa esistenza. Machiavelli, nella sua visione politica, voleva che alle buone leggi per il raggiungimento del benessere fossero associate delle buone armi in quanto, in caso di guerra, sarebbe stato necessario difendere lo status quo statale con ogni mezzo. In altre parole, nella visione di Machiavelli, sebbene razionale ed egalitario al suo interno lo stato moderno deve saper essere potenzialmente violento con altri stati. Max Weber, vagamente sulla stessa linea d’onda anche se più centrato sulla politica interna, riteneva che lo stato è un ordinamento politico che si riserva il monopolio dell’uso della forza qualora ne sussistano le condizioni necessarie. Sfruttando lo spunto di Weber, la questione che si pone è semplice: quali sono le condizioni necessarie per l’uso della forza?

Lungi dal voler difendere lo scellerato attacco turco alle Forze di Difesa Siriane – a maggioranza curda – è interessante valutare come tale azione trovi fondamento proprio nel pensiero di Machiavelli e Weber. Come spiegavo in un altro articolo, Erdoğan teme la riuscita dell’esperimento di autonomia democratica iniziato dai curdi siriani nel nord del paese dopo la strenua resistenza a Daesh (ISIS). Qualora i curdi riuscissero a garantire stabilità nella zona si troverebbero in posizione di demandare il riconoscimento dei loro diritti e una decentralizzazione dal potere statale siriano. Erdoğan vuole assolutamente prevenire questo sviluppo, per paure che le stesse richieste vengano estese anche ai territori curdi entro i confini turchi.

Se affermiamo quindi che la funzione fondamentale di uno stato è la propria sopravvivenza e la preservazione dello status quo, la mossa di Erdoğan si carica di significato e ragionevolezza. La nascita di un Kurdistan indipendente potrebbe causare la frammentazione della Turchia, trasformando quindi il primo in un nemico dello stato turco e validando quindi l’uso delle armi come previsto nel pensiero di Machiavelli.

Fortunatamente però il mondo è cambiato dai tempi del filosofo fiorentino: un intervento armato di questo tipo risulta essere scriteriato e fuori luogo vista la possibilità di dirimere la questione tramite i preposti organismi internazionali. Tuttavia parrebbe che l’azione militare sia l’unico mezzo rimasto ad Erdoğan vista la debolezza diplomatica e l’isolamento in cui ha fatto precipitare il paese, anche attraverso l’evoluzione (forzata?) della Turchia da stato pluralista ad stato islamico populista. Erdoğan, per aizzare le folle, ha saputo giocare una grande partita di distrazione di massa riuscendo a far identificare lo stato con la religione rafforzando il suo potere tramite l’illusorio sillogismo “chi è contro la Turchia è contro l’Islam”. Un sillogismo che addirittura oggi stesso si è evoluto ed sfociato in una quasi sfacciata dissonanza cognitiva: “critiche e commenti alla Turchia sono supporto alle organizzazioni terroristiche”.

Politica

L’Eterna Lotta “all’Alienus” del Braveheart Padano

Confesso di avere un vizio. Uno di quei vizi per l’appunto inconfessabili nell’Italia dei giorni nostri. Sono un peccatore, un pericoloso sovversivo, una bomba a orologeria. Confesso di essere vittima e artefice di una pericolosissima velleità intellettuale: mi piace documentarmi consultando ricerche universitarie ed articoli specialistici. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa.

Praticando questa mia perversione ho recentemente letto un articolo sul pensiero leghista, scritto della professoressa Julia Kherbtan-Horhager della Colorado State University. I rilevamenti constatano un fatto interessante: lo stile della Lega di Matteo Salvini (la professoressa fa nomi e cognomi) è fondato sull’othering. L’othering può essere definito come il processo sociologico attraverso cui un individuo, o un gruppo di individui, definisce la propria natura prendendo le distanze da quanto è “other” – alieno, diverso – al netto di quali siano le differenze e quanto siano comprovabili. Sono sicuro che questa mia spiegazione ha già attirato il disprezzo di tutti i sociologi all’ascolto ma una semplificazione era doverosa. Voglio esagerare: noi siamo italiani in quanto esistono tedeschi, francesi e via dicendo, ma se le altre nazionalità non esistessero avrebbe senso definirci italiani? Probabilmente no. Spero di essermi spiegato.

Secondo la professoressa l’intera narrativa leghista è da sempre fondata su questo processo: “padani” contro “terroni” prima, italiani contro immigrati poi, passando per l’evergreen cristiani contro musulmani. Non mi stupirei se il giorno in cui trovassimo gli alieni la Lega (Lega Nord prima che cambiasse il nemico) diventasse “Lega Mondo” in difesa del pianeta contro le migrazioni interplanetarie. Il concetto è semplice: dai alla gente un nemico e questa si unirà contro il nemico proclamato. Nulla di nuovo, però in virtù del vezzo culturale di cui parlavo mi è sembrato figo metterlo in termini tecnici. Non c’è redenzione per me, sono incorreggibile.

Questo costante bisogno di polarizzare la narrativa di partito è fondamentale per la sopravvivenza di un ideale che è altrimenti destinato a perire vista la sua generica infondatezza culturale. E questa necessità è quanto mai ovvia in questi giorni, quando il leader leghista si rifiuta di indossare la mascherina sanitaria per proteggersi dal Covid, organizza assembramenti e partecipa a convegni da complottisti. Qual è lo scopo di tale prese di posizione? Tenere fede ad un ideale? Assolutamente no. Lo scopo di tali sceneggiate è semplice: fingersi paladini delle libertà civili combattendo la pericolosa dittatura sanitaria delle mascherine, messa in atto dal temibile governo proletario guidato dallo stalinista Giuseppe Conte. Il nostro Braveheart padano, alla guida di un partito coinvolto in innumerevoli scandali, si erge a cavaliere senza macchia che combatte le forze del male votate a distruggere le libertà individuali. Suona ridicolo, vero? Eppure, se ci pensate, è così. Il messaggio che vuole mandare è questo: “noi” siamo uomini e donne liberi e “voi” che ci ordinate di mettere la mascherina per sicurezza degli oppressori. Ancora una volta si ripropone il mitologico “noi contro di loro”.

Fa quasi sorridere. Ma in fondo è un buon segno. È forse l’ultimo tentativo di un leader in decadenza di sopravvivere alla realtà dei fatti. Un leader che da uomo forte del partito si è ridotto ad essere macchietta caricaturale di quei valori che quel partito incarnava. Un ultimo colpo di coda prima dell’inesorabile tramonto politico.

Non sono mai stato leghista, ma credo che i leghisti si meritassero un leader migliore. Almeno uno che non si prendesse gioco di loro.

Nell’attesa che venga eretta la mia pira funeraria in Campo de’ Fiori faccio presente che basterebbe aprire gli occhi per rendersi conto che nelle file del partito ci sarebbero leader più seri e capaci. E forse è arrivato il momento per il popolo leghista di farsi sentire. Non per noi, non per il paese, ma per loro stessi.

Società

L’Italia ai Tempi del Colera

– L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli affari nostri – disse Gaspare nel superbo “I Viceré” di De Roberto del 1894. Tristemente, a distanza di più di un secolo, nulla sembra essere cambiato. In un paese in cui il 40% dei votanti sostiene partiti che hanno fatto dell’amor di patria un perno della loro retorica, mai nessuno si sarebbe aspettato di dover assistere alle surreali scene di ieri sera alla stazione di Milano. Superfluo ormai spiegare i motivi di tale fuga e il pericolo che questa rappresenta, ma è vitale prendere coscienza di quanto sia perfetta rappresentazione della miseria umana in cui l’Italia si è ridotta. O forse da cui non è mai uscita, viste la parole di De Roberto.

In un paese in cui esponenti politici di spicco fanno propaganda speculando sull’emergenza pare che ormai rispetto e responsabilità siano solo atteggiamenti da saputelli boriosi, vittime sacrificali deposte all’altare della misera ambizione personale. L’amor di patria diviene strumento politico solo ai fini di combattere un presunto nemico diverso da noi, al netto della sua effettiva esistenza, mentre per noi la patria rimane solo un concetto vetusto estrapolato dalla sceneggiatura di qualche film di guerra americano.

Le fughe improvvisate di ieri sera, contrarie a qualsiasi indicazione degli enti sovrani del paese che diciamo di amare, non è altro che un triste rimando all’iconica scena dei topi che fuggono dalla nave che affonda. Badate bene che non si tratta di una semplice fuga dal coronavirus, bensì di una fuga dal proprio dovere morale di cittadino. È un estremo atto di egoismo da parte di chi è disposto a mettere in ginocchio l’intera Italia piuttosto che accettare di buon grado un temporaneo confino precauzionale. È l’apoteosi dell’individualismo e della pochezza morale di chi italiano si sente solo quando c’è da sentirsi superiori a chi italiano non lo è. È un soldato che rompendo le righe non solo abbandona i suoi compagni alla mercé del nemico, ma anzi condanna alla rovina il paese per cui combatte. È il lascito di secoli di guerre fratricide, non ancora sepolto dai 159 anni di unità d’Italia. È la mentalità di Gaspare de “I Viceré. È l’umiliante prova che oggi come allora avevano ragione quelli che – citando il nostro inno – ci umiliavano perché “non siam popolo”. È l’essere fratelli quando c’è da succhiare dal seno di mamma Italia, ma nemmeno parenti alla lontana quando c’è da difenderla.

Un giorno quest’epidemia finirà e tutto tornerà come prima, ma ancora una volta avremo perso l’opportunità di dimostrare a noi stessi che non siamo un popolo di vigliacchi e traditori. Ancora una volta siamo riusciti a dimostrare che governare gli italiani non è difficile, ma semplicemente inutile. Nonostante i moltissimi gesti nobili compiuti da tanti in questi tempi difficili, ancora una volta abbiamo dimostrato che ci sarà sempre chi è pronto ad abbandonare la nave non appena comincia la burrasca. Ancora una volta abbiamo dimostrato che per noi il senso civico è un concetto esotico. Ancora una volta abbiamo rinunciato a dimostrare di saper essere fratelli italiani in tutto e per tutto, nonostante tutto.

Ma in fondo poco importa perché anche questa volta ci laveremo delle nostre colpe additando l’immigrato o l’UE di turno, senza mai trovare il coraggio di guardarci allo specchio. -Uniti, per Dio, chi vincer ci può?- scriveva Mameli. Pare abbiamo trovato una risposta: noi. Anche questa volta, il nostro più grande nemico siamo stati noi stessi. E anche questa volta, siamo riusciti a sconfiggerci.

Attualità, Medioriente, Politica

Donald Trump e l’Arte della Guerra

È indubbio che la recente uccisone del generale Qasem Soleimani abbia causato smottamenti considerevoli sullo scacchiere mediorientale e sorpreso buona parte degli analisti. Nessuno sembra infatti avere ancora compreso appieno la ragione dietro questo attacco che, al momento, pare assolutamente scriteriato visti i fragilissimi equilibri di potere nella zona. Al netto della retorica di parte e delle considerazioni morali, è facile notare un alto livello di pigrizia intellettuale nell’opinione pubblica e di alcuni esperti che analizzando l’accaduto si limitano a raffazzonate opinioni “aprioristiche” in base alla fazione che desta più simpatia o affinità. I social media sembrano essersi polarizzati nelle ormai classiche categorie di trumpisti contro anti-trumpisti, imperialisti contro anti-imperialisti, guerrafondai contro pacifisti e via dicendo.

Sebbene sia nella natura umana, è assolutamente disastroso valutare i rapporti tra potenze in medio oriente secondo un semplicistico paradigma binario di buoni contro cattivi, ignorando le sfaccettature che ogni attore porta con sé. Trump è indubbiamente stato fin dalla sua elezione una figura divisiva che polarizza le opinioni, ma pensare che un intervento di questo tipo sia stato programmato ed orchestrato da lui in persona è quantomeno naïve e sintomo di quella pigrizia intellettuale a cui accennavo.

Credo che per cogliere il significato dietro l’uccisione del generale Soleimani sia necessario analizzare l’evento da un punto di vista semantico. Lo stratega militare Sun Tzu nel suo celeberrimo “L’Arte della Guerra” sosteneva che una volta circondato un esercito, un generale avrebbe sempre dovuto lasciare aperte delle vie di fuga per il nemico, che sarebbe altrimenti diventato estremamente pericoloso trovandosi a combattere per la propria vita. Una strategia che, se applicata alla politica odierna, prescriverebbe di lasciare la possibilità ad un avversario sconfitto o comunque in inferiorità di ritirarsi onorevolmente, senza perdere la faccia di fronte al suo popolo.

L’uccisione del generale Soleimani risulta però particolare tanto nella sua ideazione quanto nella sua esecuzione: gli Stati Uniti agendo di sorpresa ed eliminando un individuo di tale livello gerarchico hanno infatti lasciato al regime iraniano solo la rappresaglia come mezzo per salvare la faccia. Inoltre, agendo al di sopra delle leggi internazionali, hanno voluto mandare un messaggio ad amici e nemici: in medio oriente la legge siamo noi. Un concetto che è stato addirittura rafforzato dal tweet di Donald Trump il giorno successivo in merito alla minaccia di distruzione di alcuni siti culturali iraniani in caso di rappresaglia da parte dell’Iran. Non solo un’azione criminale ai sensi della Convenzione dell’Aja ma un attacco alle radici culturali del paese stesso quasi con l’intento di soffocare quella cultura. Ancora una volta, sebbene poi smentito, il messaggio era chiaro: qui comandiamo noi e nessuno su ha modo di punirci.

Insomma non sorprende la rappresaglia della notte scorsa da parte dell’Iran che ha lanciato missili balistici contro postazioni americane in Iraq. La reazione degli Stati Uniti probabilmente non si farà attendere considerate le parole del presidente Trump, anche se al momento l’impressione è che nessuno dei due stati abbia interesse nell’innescare la polveriera mediorientale e di invischiarsi in un conflitto a lungo termine. Tuttavia, per dirla con Sun Tzu, questa escalation si sarebbe potuta evitare se si fosse garantito all’Iran un modo per salvare la faccia dope le svariate sanzioni e l’uccisione del generale Soleimani. A meno che gli americani non sperassero proprio nella rappresaglia per giustificare un infoltimento delle proprie truppe in medio oriente proprio per iniziare un guerra contro l’Iran, ultimo paese in medio oriente non ancora sotto il loro controllo. Ma questo sarebbe l’inizio ti tutta un’altra storia. Una storia destinata a non finire bene.

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Donald Trump e l’Arte della Guerra

È indubbio che la recente l’uccisione del generale Qasem Soleimani abbia causato smottamenti considerevoli sullo scacchiere mediorientale e sorpreso buona parte degli analisti. Nessuno sembra infatti avere ancora compreso appieno la ragione dietro questo attacco che, al momento, pare assolutamente scriteriato visti i fragilissimi equilibri di potere nella zona. Al netto della retorica di parte e delle considerazioni morali, è facile notare un alto livello di pigrizia intellettuale nell’opinione pubblica e di alcuni esperti che analizzando l’accaduto si limitano a raffazzonate opinioni “aprioristiche” in base alla fazione che desta più simpatia o affinità. I social media sembrano essersi polarizzati nelle ormai classiche categorie di trumpisti contro anti-trumpisti, imperialisti contro anti-imperialisti, guerrafondai contro pacifisti e via dicendo.

Sebbene sia nella natura umana, è assolutamente disastroso valutare i rapporti tra potenze in medio oriente secondo un semplicistico paradigma binario di buoni contro cattivi, ignorando le sfaccettature che ogni attore porta con sé. Trump è indubbiamente stato fin dalla sua elezione una figura divisiva che polarizza le opinioni, ma pensare che un intervento di questo tipo sia stato programmato ed orchestrato da lui in persona è quantomeno naïve e sintomo di quella pigrizia intellettuale a cui accennavo.

Credo che per cogliere il significato dietro l’uccisione del generale Soleimani sia necessario analizzare l’evento da un punto di vista semantico. Lo stratega militare Sun Tzu nel suo celeberrimo “L’Arte della Guerra” sosteneva che una volta circondato un esercito, un generale avrebbe sempre dovuto lasciare aperte delle vie di fuga per il nemico, che sarebbe altrimenti diventato estremamente pericoloso trovandosi a combattere per la propria vita. Una strategia che, se applicata alla politica odierna, prescriverebbe di lasciare la possibilità ad un avversario sconfitto o comunque in inferiorità di ritirarsi onorevolmente, senza perdere la faccia di fronte al suo popolo.

L’uccisione del generale Soleimani risulta però particolare tanto nella sua ideazione quanto nella sua esecuzione: gli Stati Uniti agendo di sorpresa ed eliminando un individuo di tale livello gerarchico hanno infatti lasciato al regime iraniano solo la rappresaglia come mezzo per salvare la faccia. Inoltre, agendo al di sopra delle leggi internazionali, hanno voluto mandare un messaggio ad amici e nemici: in medio oriente la legge siamo noi. Un concetto che è stato addirittura rafforzato dal tweet di Donald Trump il giorno successivo in merito alla minaccia di distruzione di alcuni siti culturali iraniani in caso di rappresaglia da parte dell’Iran. Non solo un’azione criminale ai sensi della Convenzione dell’Aja ma un attacco alle radici culturali del paese stesso quasi con l’intento di soffocare quella cultura. Ancora una volta, sebbene poi smentito, il messaggio era chiaro: qui comandiamo noi e nessuno su ha modo di punirci.

Insomma non sorprende la rappresaglia della notte scorsa da parte dell’Iran che ha lanciato missili balistici contro postazioni americane in Iraq.

La reazione degli Stati Uniti probabilmente non si farà attendere considerate le parole del presidente Trump, anche se al momento l’impressione è che nessuno dei due stati abbia interesse nell’innescare la polveriera mediorientale e di invischiarsi in un conflitto a lungo termine. Tuttavia, per dirla con Sun Tzu, questa escalation si sarebbe potuta evitare se si fosse garantito all’Iran un modo per salvare la faccia dope le svariate sanzioni e l’uccisione del generale Soleimani. A meno che gli americani non sperassero proprio nella rappresaglia per giustificare un infoltimento delle proprie truppe in medio oriente proprio per iniziare un guerra contro l’Iran, ultimo paese in medio oriente non ancora sotto il loro controllo. Ma questo sarebbe l’inizio ti tutta un’altra storia. Una storia destinata a non finire bene.