Attualità, Politica, Società

Zuckerberg vs Ocasio-Cortez: l’arroganza della politica

A quanto pare sono l’unico ad essere rimasto esterrefatto dall’imbarazzante comportamento di Alexandra Ocasio Cortez nell’udienza a Mark Zuckerberg, ma la verità è che non me ne vergogno. Confesso di avere, in passato, nutrito simpatie per la giovane rappresentate dell’ala più a sinistra dei democratici statunitensi, ma credo che in questo frangente abbia mostrato tutta la sua inesperienza e inadeguatezza. Sembrava, almeno ai miei occhi, che la sua volontà fosse di trasformare una seria discussione su un progetto come Libra – la criptovaluta di Facebook – in una piccola celebrazione della sua bravura come inquisitrice contro quei miliardari che affamano il suo elettorato. Un fantastico video acchiappa-like su Facebook (ironico, vero?) che sicuramente le porterà grande ammirazione popolare, ma che ha reso quanto mai evidente la sua volontà di fare in modo che tutti guardassero il dito mentre Zuckerberg puntava alla luna. La giovane politica americana lo ha infatti incalzato sulla passata vicenda legata a Cambridge Analytica – lo scandalo dei dati degli utenti Facebook rubati e usati anche a fini elettorali – adducendo come motivazione il fatto che «per prendere decisioni su Libra, dobbiamo scavare nel comportamento passato di Facebook riguardo al rispetto della democrazia».

Il sottoscritto è, nel suo piccolo, contrario al progetto Libra per svariate considerazioni di tipo legale e tecnico, ma ridurre la conversazione su un progetto di tale portata ad una disquisizione su uno scandalo passato significa non avere capito esattamente la rivoluzione che il progetto implichi. La Ocasio-Cortez non ha fatto altro che punzecchiare il miliardario americano dove fa più male traendo vantaggio dalla sua indiscutibile superiorità oratoria rispetto a Zuckerberg, che è risultato impacciato e timido nella difesa. Lei sapeva perfettamente che concetti così complessi richiedono tempi di elucubrazione ed elaborazione che lei ha fatto di tutto per non concedere, risultando arrogante e fastidiosa. Zuckerberg in una prima analisi è sembrato incapace di rispondere a tono, ma in realtà, riguardando il video, viene da pensare che quanto lo metteva in imbarazzo era l’ignoranza della Ocasio-Cortez su come un business di tale entità venga gestito e la sfacciata volontà di continuare a non capirlo.

Aggiungo, come nota a lato, che le domande della Ocasio-Cortez erano perfettamente legittime e le sue critiche sensate, ma così triviali che, francamente, è dispiaciuto vedere Zuckerberg buttare via il suo tempo per spiegare una realtà che già tutti conoscevamo. Inoltre, la sfacciata arroganza da moderna inquisitrice della Ocasio-Cortez stonava di fronte ai meriti di un ragazzo che, piaccia o meno, ha rivoluzionato il modo in cui tutti noi ci relazioniamo. È lecito pensare che un personaggio di tale caratura meriti gli sia dato tempo di rispondere quando gli viene fatta una domanda? È lecito pensare che un oratore con più esperienza politica ed arroganza avrebbe facilmente neutralizzato le domande della Ocasio-Cortez e mostrato l’incompetenza di quest’ultima in materia? È lecito pensare che quando l’arte oratoria prevale sui concetti ultimi allora siamo di fronte ad una forma di mistificazione della realtà?

Islam, Medioriente, Politica, Turchia

Erdoğan, Machiavelli e il fine di uno Stato

L’Enciclopedia Treccani definisce lo Stato come “ente dotato di potestà territoriale, che esercita tale potestà a titolo originario, in modo stabile ed effettivo e in piena indipendenza da altri enti”. Tuttavia nella storia sono esistite diverse interpretazioni su quale sia o debba essere la funzione ultima di uno stato, fino a delinearne diverse forme con fini ben diversi tra loro.

Nella visione socratica (e poi platonica) lo stato viene identificato come un organismo sociale il cui fine ultimo è di rendere migliore il cittadino e di assicurarne il suo benessere. Per Aristotele invece alcune tra le funzioni fondamentali di uno stato ci sono: rendere i cittadini buoni da un punto di vista morale, essere affidabile e degno di fiducia al fine di potere far valere la sua autorità per il raggiungimento del supremo bene comune che, a sua volta, è fondamentale perché gli individui raggiungano il proprio telos – ossia fine ultimo – che si traduce in una sensazione di felicità, realizzazione e benessere.

Nei secoli la concezione di stato è andata via via arricchendosi con altre sfumature concentrate sulla funzione pratica piuttosto che meramente filosofica. Sebbene mai citato espressamente nella filosofia politica è lecito desumere che il fine ultimo di uno stato è la preservazione dello status quo quando inerente la sua stessa esistenza. Machiavelli, nella sua visione politica, voleva che alle buone leggi per il raggiungimento del benessere fossero associate delle buone armi in quanto, in caso di guerra, sarebbe stato necessario difendere lo status quo statale con ogni mezzo. In altre parole, nella visione di Machiavelli, sebbene razionale ed egalitario al suo interno lo stato moderno deve saper essere potenzialmente violento con altri stati. Max Weber, vagamente sulla stessa linea d’onda anche se più centrato sulla politica interna, riteneva che lo stato è un ordinamento politico che si riserva il monopolio dell’uso della forza qualora ne sussistano le condizioni necessarie. Sfruttando lo spunto di Weber, la questione che si pone è semplice: quali sono le condizioni necessarie per l’uso della forza?

Lungi dal voler difendere il scellerato attacco turco alle Forze di Difesa Siriane – a maggioranza curda – è interessante valutare come tale azione trovi fondamento proprio nel pensiero di Machiavelli e Weber. Come spiegavo in un altro articolo, Erdoğan teme la riuscita dell’esperimento di autonomia democratica iniziato dai curdi siriani nel nord del paese dopo la strenua resistenza a Daesh (ISIS). Qualora i curdi riuscissero a garantire stabilità nella zona si troverebbero in posizione di demandare il riconoscimento dei loro diritti e una decentralizzazione dal potere statale siriano. Erdoğan vuole assolutamente prevenire questo sviluppo, per paure che le stesse richieste vengano estese anche ai territori curdi entro i confini turchi.

Se affermiamo quindi che la funzione fondamentale di uno stato è la propria sopravvivenza e la preservazione dello status quo, la mossa di Erdoğan si carica di significato e ragionevolezza. La nascita di un Kurdistan indipendente potrebbe causare la frammentazione della Turchia, trasformando quindi il primo in un nemico dello stato turco e validando quindi l’uso delle armi come previsto nel pensiero di Machiavelli.

Fortunatamente però il mondo è cambiato dai tempi del filosofo fiorentino: un intervento armato di questo tipo risulta essere scriteriato e fuori luogo vista la possibilità di dirimere la questione tramite i preposti organismi internazionali. Tuttavia parrebbe che l’azione militare sia l’unico mezzo rimasto ad Erdoğan vista la debolezza diplomatica e l’isolamento in cui ha fatto precipitare il paese, anche attraverso l’evoluzione (forzata?) della Turchia da stato pluralista ad stato islamico populista. Erdoğan, per aizzare le folle, ha saputo giocare una grande partita di distrazione di massa riuscendo a far identificare lo stato con la religione rafforzando il suo potere tramite l’illusorio sillogismo “chi è contro la Turchia è contro l’Islam”. Un sillogismo che addirittura oggi stesso si è evoluto ed sfociato in una quasi sfacciata dissonanza cognitiva: “critiche e commenti alla Turchia sono supporto alle organizzazioni terroristiche”.

Medioriente, Politica, Turchia

Kurdistan: una nuova Bosnia?

“La Turchia deve cessare l’operazione militare in corso. Non funzionerà. E se il piano turco è di stabilire un corridoio di sicurezza, non si aspettino nessun fondo europeo” ha dichiarato il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker.

Sebbene la portata dell’intervento turco sia ancora poco chiaro, l’obiettivo sembra quello di creare un corridoio di 32 km per 480 km in territorio siriano per creare una zona cuscinetto di protezione tra Turchia e Siria. Zona che sarà successivamente utilizzata per far stabilire almeno un milione dei 3,6 milioni di profughi del conflitto siriano.

Già l’accordo tra Stati Uniti e Turchia dello scorso agosto, che prevedeva appunto l’istituzione di una zona cuscinetto sotto il controllo di un centro operativo coordinato da USA-Turchia, destò le preoccupazioni delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – a guida curda – che tuttavia avallarono implicitamente l’accordo rimuovendo dalla zona le armi pesanti. Il cambiamento di strategia militare di Trump, votato a rimuovere le truppe americane dalla zona, ha però spianato la strada un un attacco turco contro le SDF nel nord-est della Siria. Il presidente turco Erdogan infatti vede nell’Unità di Protezione Popolare (YPG) – componente principale delle SDF – un gruppo terrorista collegato al PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan facente capo ad Abdullah Öcalan figura controversa in carcere dal 1999, che vanta un nutrito gruppo di ammiratori nel nostro paese e che da quattro decenni si batte per i diritti dei curdi.

Non è però una sorpresa la volontà di Erdogan di intraprendere un’azione militare in un’area in cui i curdi e gli alleati arabi e cristiani convivono in un clima stabile. Più che una minaccia militare l’esperimento di autonomia democratica dei curdi siriani nel nord del paese rappresenta una sfida politica per la Turchia. Qualora questo riuscisse a garantire stabilità nella zona, i curdi stessi si troverebbero in posizione di demandare il riconoscimento dei loro diritti e una decentralizzazione dal potere statale siriano. Erdogan vuole assolutamente prevenire questo sviluppo, per paure che le stesse richieste vengano estese anche ai territori curdi entro i confini turchi.

I curdi siriani temono a loro volta che un’azione militare turca sfoci in campagna di pulizia etnica nelle zone lungo il confine, visto che in Siria vivono circa 1.8 milioni di curdi, circa la metà dei quali all’interno della zona cuscinetto proposta dalla Turchia.

Sebbene i curdi abbiano dichiarato di volere difendere le loro terre a tutti i costi le 60,000 unità che sono in grado di mettere in campo sarebbero poca cosa a confronto dell’imponente esercito turco, che per numero di unità è il secondo più grande della NATO. Un’eventuale incursione porterebbe centinaia di migliaia di civili a riversarsi nelle zone sotto controllo SDF più a sud e nel Kurdistan iracheno, andando ad esacerbare i contrasti etnici locali ma soprattutto a provocare un’insurrezione da parte dei curdi in territorio turco (che mai hanno visto Ankara di buon occhio). Inoltre, distrarre le SDF dalla lotta all’ISIS potrebbe portare alla perdita di quanto ottenuto finora e alla fuga dalle prigioni di 11,000 combattenti dello Stato Islamico.

Non è nemmeno da escludere un escalation a livello regionale visto che l’Egitto ha richiesto un incontro delle nazioni facenti parte della Lega Araba sostenendo che quello turco si tratti di “uno sfacciato ed inaccettabile attacco alla sovranità di uno stato arabo amico”. A riprova di ciò anche il portavoce del parlamento iraniano Ali Larijani, secondo fonti della TV iraniana, ha cancellato il suo viaggio in Turchia in programma per i prossimi giorni.

Sebbene contesto e attori siano diversi è difficile non pensare a come la situazione sia paradossalmente simile al conflitto nei Balcani degli anni ’90, un massacro cui grande parte della responsabilità fu attribuibile all’incapacità ed inadeguatezza di Nazioni Unite e Comunità Europea. Oggi come allora le dimostrazioni di forza delle nazioni UE sono risibili rispetto alle mire di Ankara, palesamento di una debolezza intrinseca di un’unione che non riesce ad opporre nessuna resistenza al diktat turco – un paese che addirittura aspira a diventare membro dell’Unione Europea stessa. Pare che questa volta i leader europei si siano mossi più repentinamente nel condannare l’aggressione ma rimane da chiedersi per quanto dovremo essere in balia della volubilità strategica dei nostri alleati oltreoceano invece di imparare a garantire indipendentemente, anche con strumenti militari europei, la pace alle nostre porte?

Ambiente, Politica, Società

All-you-can-eat e Greta Thunberg: due facce dello stesso pianeta

“Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto ciò di cui parlate sono i soldi e le favole su un’eterna crescita economica?” Sebbene, confesso, di non avere particolarmente apprezzato il discorso di Greta Thunberg alle Nazioni Unite, devo ammettere di essere rimasto particolarmente colpito dalla frase sopra. Una “crescita economica perenne”. Una crescita economica di cui tutti noi (e quelli prima di noi) abbiamo beneficiato fin dagli albori della razza umana e di cui ora sembriamo trovarci a dovere pagare il prezzo. Il paradosso risiede però nel fatto che la nostra sensibilità verso l’ambiente è ovviamente conseguenza (o merito) del nostro stile di vita elevato, che si è per l’appunto raggiunto tramite una travolgente crescita economica. Senza questo benessere non avremmo avuto modo o interesse di occuparci di quei problemi ambientali che, piaccia o meno, ricadono nella categoria che gli anglofoni chiamano first-world problems: ”problemi da primo mondo”, ossia problemi dei ricchi con tante energie e tempo libero da sprecare. Dimostrazione lampante di questo è proprio la differenza di approccio alla questione, ad esempio, tra primo mondo e paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, sebbene trovi la “linea Thunberg” a tratti raffazzonata ed imprecisa (non gliene si voglia, è giovanissima), è indubbiamente un ottimo spunto per una piccola riflessione. Questa affrettata citazione di una fantomatica “promessa crescita economica” distrae in realtà l’attenzione dal vero problema: la coltivazione del mito dell’abbondanza. Sebbene i due elementi siano correlati, in quanto la crescita economica è necessaria per sostenere l’abbondanza e/o la redistribuzione della ricchezza, si tratta di due facce leggermente diverse della stessa medaglia.

Camminavo per una strada di Londra ed avendo notato il susseguirsi di ristoranti all-you-can-eat ed ho improvvisamente provato un senso di disgusto. È interessante innanzitutto analizzare l’espressione da un punto di vista linguistico: all you CAN eat – tutto quello che RIESCI a mangiare. Il nome di per sé è un indizio piuttosto rilevante sull’improprietà del concetto. A che punto della nostra storia siamo passati da “all-you-feel-like-eating” (tutto quello che ti va di mangiare) a “tutto quello che riesci a mangiare”? Per quale motivo siamo giunti alla necessità di riempirci ben oltre la sazietà al netto della qualità del prodotto che stiamo consumando e di come questo sia giunto sulla nostra tavola? Poco importa se per soddisfare questo nostro bisogno di abbondanza si sia dovuto crescere, consumando risorse, e macellare una quantità di bestiame superiore alla reale necessità. (Perdonatemi, da vegetariano non potevo non toccare questo punto, ma lo stesso discorso vale per verdure, cereali e quant’altro).

Il genere umano e la nostra società per la propria sopravvivenza hanno un bisogno essenziale di crescita economica o sarà proprio l’amore per il pianeta a venire a mancare; i paesi in via di sviluppo infatti si interesseranno ai nostri problemi da primo mondo (vedi ambiente) solo quando avranno raggiunto il nostro livello di benessere. Tuttavia è fondamentale che la cultura occidentale, da trendsetter, vilifichi e denigri la cultura dell’abbondanza combattendo ogni abominio sul modello all-you-can-eat.

Per riassumere quindi non è la crescita economica ad essere il male assoluto, bensì il mito dell’abbondanza che la supporta. Mito che funge al tempo stesso da motore e carburante del sistema capitalista che per la sua sopravvivenza non ha modo di fermarsi autonomamente nonostante l’autodistruzione che è sua naturale conseguenza.

Insomma, il dilemma è ormai chiaro e improrogabile: “amicus Adam Smith, aut magis amicus planeta?”

brexit, fascismo, Politica, regno unito, Società

Brexit e la nostalgia del Ventennio

Vivendo all’estero da anni mi capita spesso di tornare e ritrovare il nostro Paese come l’avevo lasciato o, almeno, come lo ricordavo. Si tratta di un’immobilità che se da un lato rincuora, dall’altro affligge, perché implicitamente annienta ogni possibilità di ritorno per chi, come me, si è abituato a vivere in ambienti in cui il cambiamento è l’unica costante nella corsa verso il miglioramento.

Guardando un po’ di televisione ho avuto modo di fare caso a un elemento che si ripresenta in ogni mio temporaneo soggiorno in Italia: il fascismo. Subconsciamente sapevo che accendendo la tv, poco dopo mezzogiorno avrei trovato qualche intellettuale (o non) intento a raccontare la storia di Benito Mussolini o a commentare qualche granuloso video dell’Istituto Luce.

L’immagine del Duce sembra essere diventata garanzia di successo per i palinsesti televisivi, ma soprattutto un’incarnazione dei pensieri e dei sogni proibiti degli italiani. Lo spettatore si trova catapultato nell’involontaria glorificazione di quello che fu l’ultimo impero nato sul suolo italico: un’immagine che non è facile rigettare se manca una visione d’insieme che esponga l’anacronismo del messaggio politico del tempo. Un modo, forse, di fantasticare su un passato in cui “i treni arrivavano in orario” al fine di non prendersi responsabilità per un presente non radioso.

“Io non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani” diceva Mussolini e, paradossalmente, la storia sembra avergli dato ragione. Il subconscio collettivo da sempre riporta la memoria alla gloria degli imperi del passato, contrapponendola a una modernità che – esaurito ilboom economico – ha lasciato deluse molte zone e fasce sociali del Paese.

Si potrebbe forzare un parallelismo tra questo fenomeno di regressione cronologico-culturale con il meccanismo di autodifesa psicologico che ha portato alla per ora fallimentare Brexit. Il conduttore radiofonico britannico James O’Brien in una delle sue trasmissioni spiegava di avere capito – ma non condiviso – le ragioni dei Brexiteer dopo una visita a Southend-on-Sea, una città di mare britannica. Argomentava di avere notato meravigliosi edifici vittoriani che, corrosi dalla brezza marina, nessun governo si prende la briga di mantenere nelle condizioni in cui meritano. Un’immagine molto forte che diviene metafora del decadimento di un glorioso impero, ad opera di quel mare che in passato aveva portato ricchezze e conquiste. Ora quello stesso mare, nella retorica propagandistica dei Leave, è divenuto il luogo da cui arrivano immigrati e speculatori che minano la qualità della vita che fu della vecchia Gran Bretagna. È noto, infatti, che siano state le località più remote e impoverite del regno a votare per l’uscita dall’Ue e non Londra che, anche grazie a quei quadri normativi Ue che hanno facilitato gli scambi, è divenuta de facto il centro finanziario d’Europa.

È difficile non riscontrare una somiglianza con quanto sta accadendo in Italia, Paese in cui esiste una capitale politica in piena crisi morale, dove spopolano i movimenti di ispirazione fascista e una capitale economica che fa di tutto per mostrarsi al mondo come europea, liberale e liberista. Il decadimento morale e sociale della città di Roma stride con la grandezza degli imperi che in essa trovarono la loro capitale: non sorprende quindi che certi movimenti trovino terreno fertile in una metropoli che ogni giorno si trova a doversi confrontare con il suo passato. Situazione opposta e antitetica invece a quella di Milano, dove si è fatto patrimonio di quell’apertura verso il mondo che ha portato la città a rifarsi il trucco per attirare sempre più capitali, turisti e studenti che saranno i leader del futuro.

In questa Italia che sembra avere perso la rotta e non riesce più a capirsi vale forse ricordare le parole di Winston Churchill: “Di questo sono sicuro. Se apriamo una lite tra il presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro”.

Comunicazione, Politica, Società

Lo stato di diritto secondo Matteo

“A chi si lamenta della bendatura di un arrestato, ricordo che l’unica vittima per cui piangere e un uomo, un figlio, un marito di 35 anni, un Carabiniere, un servitore della patria”. È questo il commento associato all’immagine del ragazzo americano bendato postata oggi dal ministro dell’interno in risposta alle critiche inerenti il trattamento riservato al presunto aggressore. Ancora una volta il vicepremier sceglie i social media per compiere una manovra politica mirata a riaffermare il suo potere e il suo stile nella percezione dei suoi adepti.

Andiamo per gradi: perché un ministro dell’interno dovrebbe glorificare un palese abuso invece di domandare un investigazione sul perché gli organi  che a lui rispondono si prendono la libertà di ledere lo stato di diritto? Al netto di ogni considerazione morale e/o giudizio legale l’immagine in questione rappresenta un indagato detenuto in maniera non conforme agli standard che un paese sviluppato dovrebbe garantire ed e pertanto importante verificare le condizioni che abbiano reso necessaria tale manovra. È indubbio che, qualora le accuse fossero confermate, il ragazzo andrebbe punito duramente, ma è anche altrettanto indiscutibile che da un punto di vista legale il trattamento di un indagato deve prescindere dal crimine a lui imputato a meno che non sussistano particolari necessità. Se definiamo lo stato di diritto come il concetto secondo il quale l’agire dello stato debba sempre essere vincolato e conforme alle leggi vigenti, allora e facile vedere come una deviazione arbitraria da questa condizione possa provocare un pericolosissimo vacuum per cui gli organi dello stato non sarebbero tenuti ad agire nel rispetto della costituzione. Il che, per paradosso, si traduce nella tragicomica possibilità che un vigile arbitrariamente decida di ammanettare ogni guidatore parcheggiato in divieto di sosta.

Ma dal punto di vista linguistico e della comunicazione politica il post di Matteo Salvini è ancor più interessante: la frase “a chi si lamenta della bendatura di un arrestato” è infatti un prodigio di quella distorsione cognitiva da tempo colonna portante dello stile comunicativo del ministro degli interni. L’affermazione infatti implica che ci siano state lamentele per il trattamento dell’indagato e che coloro che le hanno mosse consciamente vogliano ledere la memoria del carabiniere barbaramente ucciso. Questo non è altro che un tentativo di traslare la volontà di preservare lo stato di diritto in una presunta mancanza di rispetto per la vittima e, in ultima istanza, in un tradimento verso la patria. La manovra è pericolosamente efficace perché coloro che chiedono spiegazioni sul trattamento riservato al ragazzo diventano inconsciamente nemici in quanto, predicando la sovranità della legge, si interpongono tra la difesa dello stato di diritto e la volontà di giustizia popolare. In altre parole, coloro che legittimamente si ergono a baluardo della legalità divengono nemici della giustizia e carne da macello nelle grinfie di un popolo aizzato da un leader che ne controlla i pensieri tramite una raffinata distorsione del linguaggio. Il paradosso sta proprio nel fatto che sia il ministro degli interni ad attaccare ed accusare di ingiustizia proprio quelli che la legge cercano di difenderla.

Salvini, ancora una volta, sembra essere stato in grado di trarre vantaggio della distanza tra la erroneamente apparente distanza tra legge e giustizia (popolare) per adottare lo stile di governo che fu degli imperatori romani: il popolo nell’arena ha parlato, lui può solo muovere il pollice verso l’alto o verso il basso. Poco importano duemila anni di filosofia e giurisprudenza.

Non è ancora dato sapere come la questione si risolverà ma una cosa è certa: Orwell avrebbe voluto vivere questi anni.

Comunicazione, Politica, Società

Politica dell’abito in Nord Corea: una risposta alle minacce nucleari

E‘ di due giorni fa l’articolo pubblicato dall’agenzia di stampa Reuters che presenta un’interessante analisi del cambiamento nel look del leader nordcoreano. Kim Jong Un, per il suo discorso di fine anno, ha deciso di indossare un abito grigio chiaro, all’occidentale, ben lontano dai tradizionali abiti scuri in stile maoista a cui siamo abituati. Secondo il consulente d’immagine e leadership Kim Gun-hee si tratterebbe di una mossa accuratamente studiata per rinfrancare la sua immagine a livello internazionale. Secondo il consulente infatti quando ci si trova in situazioni complesse e soggetti a critiche è consigliabile indossare abiti bianchi o grigi, in quanto, secondo studi psicologici, il bianco trasmette innocenza e il grigio distoglie l’attenzione dal soggetto stesso. Questo approccio più collaborativo è risultato evidente anche dall’apertura al dialogo con la Corea del Sud tramite il tentativo di organizzare un incontro tra alti ufficiali nel villaggio di confine di Panmunjeom. L’offerta è contemporaneamente uno schiaffo e una carezza alle continue accuse del suo omologo americano di volere iniziare una guerra nucleare.

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Nonostante l’indubbia ferocia del regime di Pyongyang è chiara l’intenzione pacificatrice del leader, che spesso faziosamente riportato dai media occidentali filoamericani, non ha alcun interesse politico e/o economico nello sfidare apertamente gli Stati Uniti. Il divario dal punto di vista della capacità bellica è palese eppure Kim Jong Un viene continuamente presentato come l’aggressore, sebbene i suoi moniti indichino che avrebbe intenzione di utilizzare armi a lungo raggio (e nucleari) solo nel caso in cui gli Stati Uniti intraprendano un attacco militare nei confronti del piccolo paese asiatico. Il problema di fondo è che gli Stati Uniti hanno importanti interessi strategici nell’invadere la piccola Corea del Nord in quanto questo costituisce l’unico stato cuscinetto tra la Corea del Sud, alleata USA, e la Cina. Una potenziale invasione garantirebbe agli Stati Uniti la possibilità di posizionare basi militari vicino al confine esercitare una pressione geopolitica sul rivale economico cinese. Kim Jong Un è perfettamente conscio degli appetiti statunitensi e, volendo trovare del metodo nella follia, può solamente mostrare i muscoli al fine di fare rivedere a Trump i suoi piani per paura di scatenare un nuovo Vietnam.

Tuttavia, l’interesse americano è di portare a termine un quasi totale accerchiamento del blocco russo-cinese grazie alle basi o strette collaborazioni militari nei paesi Baltici, est Europa, Caucaso, Corea del Sud e Giappone. In quest’ottica la Russia, a sua volta indebolita dalla sanzioni internazionali, trarrebbe vantaggio dal tenere in piedi il regime di Kim Jong Un e, in effetti, non è un caso che Vladimir Putin sia stato più volte accusato di avere fornito petrolio alla Corea del Nord.

Inoltre, sebbene non ancora chiare le dinamiche delle rivolte in Iran, gli Stati Uniti trarrebbero un enorme vantaggio politico da un cambio ai vertici di Teheran in quanto un nuovo governo più liberale potrebbe spostare gli equilibri in medioriente verso occidente, completando il circondamento del blocco russo-cinese. Tuttavia, questi non verrebbero colti di sorpresa visto che già dal 2005 Cina e Russia compiono esercitazioni militari congiunte tramite la Shanghai Cooperation Organisation in funzione dichiaratamente anti-terrorismo e velatamente anti-americana.

Insomma la rigenerata politica espansionista americana a guida Trump sembra avere come obbiettivo quello di ribaltare tanto lo scacchiere mediorientale tanto quello asiatico al fine di esercitare una pressione sui potenti rivali geopolitici Russia e Cina. Un netto cambiamento rispetto alla politica più morbida di Obama.